Norma UNI 10200 - Criticità emerse in un primo periodo di utilizzo

Norma UNI 10200 - Criticità emerse in un primo periodo di utilizzo

La norma esprime molto chiaramente i principi su cui si basa, ma, nell’applicazione pratica, sorgono alcuni dubbi; si propongono possibili interpretazioni.

Premessa

L’illustrazione della norma UNI 10200-2013, svolta nel corso di convegni o corsi formativi sullo specifico argomento e le sue prime esperienze applicative, hanno fatto emergere problematiche o dubbi sulla corretta interpretazione di alcuni punti.

Prima di entrare nel merito di queste problematiche, allo scopo di comprenderle meglio, è però opportuno porre l’accento sui principi fondamentali su cui si basa la norma UNI 10200:2013.

L’art. 26, comma 5, della Legge 10/91, recita:

Per le innovazioni relative all’adozione di sistemi di termoregolazione e
di contabilizzazione del calore e per il conseguente riparto degli oneri di riscaldamento in base al consumo effettivamente registrato, l’assemblea di condominio delibera con le maggioranze, previste dal secondo comma dell’articolo 1120 del codice civile (articolo coordinato con la Legge 11/12/12 n. 220, art. 28 comma 2).”

Il comma 11 del DPR 59/09 indica le vigenti norme e linee guida UNI quali strumenti per attuare la prescrizione di legge, ossia per individuare il “consumo effettivamente registrato” e ripartire quindi correttamente gli oneri di riscaldamento, in presenza di apparecchiature di contabilizzazione diverse, che possono essere di tipo diretto (contatori di calore) o indiretto (ripartitori).

La norma UNI 10200:2013 stabilisce innanzitutto i principi fondamentali per la ripartizione delle spese di riscaldamento e di produzione di ACS, riassumibili nello schema della figura n. 1.

 

P2045 contab Fig. 1 Schema

Fig. n. 1: Schema riassuntivo dei principi fondamentali per la ripartizione delle spese.

1. Viene calcolato il costo del calore prodotto dal generatore o dai generatori. Il costo di produzione dipende dal costo del vettore energetico utilizzato (combustibile, energia elettrica, ecc.) e dall’efficienza dell’impianto di generazione (generatori più efficienti consentono di produrre calore ad un prezzo inferiore).

2. I consumi dell’energia termica utile prodotta sono suddivisi, tanto per il servizio di riscaldamento, che per quello di produzione di ACS, in:

  • consumi volontari: quelli che sono conseguenza di un’azione volontaria dell’utente, esercitata attraverso il termostato ambiente o attraverso la valvola termostatica o altro dispositivo di controllo; questi consumi vanno ripartiti secondo le indicazioni dei contatori (diretti o indiretti);
  • consumi involontari: quelli che sono indipendenti dalla volontà dell’utente, perché sfuggono al suo controllo, ma dei quali, in parte usufruisce (perché recuperati) ed in parte no, (perché dispersi verso l’esterno), ma che non si possono eliminare perché connessi con la fornitura del servizio. Il corrispettivo di questi consumi, costituiti sostanzialmente dalle dispersioni di calore della rete di distribuzione, va ripartito in base alla potenziale capacità di consumare calore (di utilizzare l’impianto) delle diverse unità immobiliari.

Questa potenziale capacità è espressa dal loro fabbisogno di energia utile, calcolato attraverso le specifiche tecniche UNI 11300.

I millesimi di riscaldamento secondo la norma UNI 10200:2013 sono quindi costituiti dal fabbisogno di energia utile della singola unità immobiliare, rapportato al fabbisogno totale di energia utile dell’edificio. La somma della spesa per consumi involontari e di quella gestionale è definita “spesa per potenza impegnata”.

Come si calcolano i millesimi di riscaldamento

Per il calcolo dei millesimi di riscaldamento, si calcolano i fabbisogni di calore utile delle singole unità immobiliari secondo le norme UNI/TS 11300-1 e 11300-2. Se non sono intervenute opere di ristrutturazione del sistema di distribuzione, il fabbisogno va riferito all’edificio come realizzato in origine, al fine di individuare il rapporto, tra il fabbisogno dell’unità immobiliare e quello dell’intero edificio. Questo rapporto rappresenta i millesimi di riscaldamento delle singole unità immobiliari. Le dispersioni dell’impianto sono, infatti, una conseguenza del suo dimensionamento originario (1).

 

Quando variano i millesimi di riscaldamento

Se non intervengono modifiche alla rete di distribuzione, di fatto i millesimi non variano quasi mai.

In analogia con i contenuti dell’art. 69 delle disposizioni di attuazione del codice civile, possono essere ricalcolati quando sbagliati e quando, in seguito ad opere di isolamento termico di un singolo alloggio, le relative dispersioni di rete variano di almeno il 20% (1/5).

Fabbisogno riferito alla situazione originaria e fabbisogno riferito alla situazione attuale

I fabbisogni riferiti all’edificio originario, che devono essere calcolati con i parametri del “design rating”, servono esclusivamente per il calcolo dei millesimi di riscaldamento.

Una volta rilevato l’edificio ed introdotti i dati nel computer, se sono stati effettuati interventi di isolamento termico (isolamento sottotetto, isolamento pilotis, doppi vetri, ecc.) conviene calcolare anche i fabbisogni attuali con i parametri del “tailored rating”, utili per la redazione del prospetto previsionale e per valutare, per confronto con la produzione di energia utile, lo stato di occupazione dell’edificio.

Se si desidera utilizzare questi calcoli anche per produrre la certificazione energetica dei singoli alloggi, il rilievo deve essere più meticoloso, con verifiche all’interno di ogni unità immobiliare.

Per questo uso vanno utilizzati i parametri di calcolo convenzionali previsti per la certificazione energetica (asset rating).

Come di determina la spesa energetica involontaria costituita dalle dispersioni dell'impianto di distribuzione

In presenza di contabilizzazione diretta (contatori di calore) le dispersioni della rete di distribuzione si calcolano come differenza fra il calore totale prodotto dal sistema di generazione e la sommatoria del calore utile volontario utilizzato dalle singole unità immobiliari. Questa regola vale sempre, anche in presenza di case ad abitazione saltuaria.

In presenza di contabilizzazione indiretta (ripartitori), le dispersioni della rete si calcolano per via analitica secondo la norma UNI 11300-2 (scelta sconsigliata perché difficile, onerosa e comunque approssimata) oppure mediante la tabella approssimata contenuta nella norma UNI 10200:2013.

Se si fa uso della tabella, per ricavare la quantità di energia dispersa dalla rete di distribuzione, ai fini della compilazione del prospetto previsionale, occorre riferire la percentuale fornita dal prospetto, al fabbisogno attuale dell’edificio.

Per la ripartizione annuale delle spese, negli edifici normalmente abitati, conviene invece riferire la percentuale di perdite di rete all’energia prodotta dal generatore (fabbisogno reale dell’edificio).

Per gli edifici per vacanze, abitati saltuariamente, questa regola non vale. In questi casi occorre variare la percentuale, che può raggiungere, in assenza di consumi volontari, il 100% del calore prodotto (vedi figura n. 2) (2).

Per un’applicazione più corretta della norma, sarebbe necessario valorizzare l’unità di ripartizione con un valore convenzionale realistico, atto a rappresentare il calore volontariamente prelevato. Le dispersioni della rete sarebbero in questo caso rappresentate dalla differenza fra il calore totale prodotto dal generatore e il consumo volontario.

Per approfondimenti riguardanti la ripartizione delle spese di riscaldamento negli edifici abitati saltuariamente si invita a consultare anche la proposta dell’ing. A.Magri (Coster S.p.A.), pubblicata nel sito www.edilclima.it.


P2045 contab Fig. 2 GraficoDefinitivo4.02.14
Quando l’energia utilizzata è compresa fra il 100% e l’80% di quella calcolata, è incerto se si tratti di mancata occupazione, di stagione favorevole o conduzione al risparmio e si può utilizzare la dispersione
proporzionale oppure no, a seconda di quale sia la causa presunta. Sotto l’80% si può legittimamente presumere l’occupazione saltuaria. 

Fig. n. 2: Esempi di variazioni del Kinv per le prime e le seconde case.

Tubazioni a vista di diametro rilevante

Alcuni edifici, costruiti inizialmente privi di impianto di riscaldamento, sono stati dotati, in epoca successiva, di impianti di riscaldamento a gravità, caratterizzati da tubazioni di distribuzione di diametro rilevante, correnti a vista nei locali abitati.

Queste tubazioni non sono equamente distribuite. Il loro diametro è rilevante nei piani bassi dell’edificio e diminuisce sensibilmente nei piani più alti, tanto che i progettisti attenti hanno tenuto conto di questa particolarità considerando i tubi come corpi scaldanti e diminuendo quindi la quantità di radiatori, in modo che la potenza totale fosse costituita dalla somma di quella dei radiatori e di quella dei tubi.

I tubi di distribuzione verticali vanno quindi considerati come corpi scaldanti privi di regolazione la cui emissione può essere valutata una sola volta, in condizioni convenzionali e ritenuta costante ogni anno.

La quantità così calcolata non sarà modificata da eventuali cassonetti o schermature successivamente poste in opera dall’utente.

La distribuzione orizzontate, dal generatore di calore fi no ai montanti di distribuzione, genera invece la spesa involontaria da ripartire in base ai millesimi di riscaldamento. In questi casi quindi, la spesa a carico di ogni utente è costituita da tre addendi:

  • la spesa per consumi volontari, per calore prelevato dai radiatori muniti di regolazione;
  • la spesa per consumi involontari costituiti dal calore emesso dai tubi verticali passanti nell’alloggio;
  • la spesa per consumi involontari per potenza impegnata costituita dalle dispersioni della sola distribuzione orizzontale (in cantina), calcolata per differenza fra la dispersione totale di rete e l’emissione attribuita ai tubi a vista.
P2045 contab Fig. 3a abitato P2045 Fig. 3b assenti
Fig. n. 3a
Nell’edificio normalmente abitato,
le dispersioni delle tubazioni sono una
percentuale del calore immesso in rete.
Fig. n. 3b
Nell’edificio parzialmente abitato,
le perdite delle tubazioni (pressochè invariate),
incidono percentualmente in maggiore misura.

 Altri problemi relativi alla regolazione e contabilizzazione del calore

Invitiamo i lettori a segnalarci eventuali ulteriori problemi applicativi delle norme relative a regolazione e contabilizzazione del calore: li sottoporremo al gruppo di esperti per riferire in un prossimo numero di Progetto 2000.

 


NOTA (*). Le interpretazioni proposte costituiscono gli orientamenti, non definitivi, emersi dalle discussioni di un gruppo di esperti ANTA-ANACI, fra cui: Per. Ind. S. Colombo, Ing. C. A. Lucchesi, Ing. A. Magri, Avv. E. Riccio, ing. L. Socal ed altri, che hanno già implementato la norma UNI 10200 ed hanno dovuto risolvere i problemi che qui si espongono.

NOTA (1). Un’obiezione frequente è che l’impianto originario è stato dimensionato in base alle potenze termiche dei corpi scaldanti e non in base ai fabbisogni. Va allora precisato che scopo dell’impianto è di fornire ad ogni alloggio il fabbisogno di calore che gli compete. I corpi scaldanti erano quindi dimensionati per svolgere tale compito. Giova ricordare che in un passato non molto remoto i corpi scaldanti erano dimensionati con metodi molto semplificati ed empirici, non basati sull’effettiva emissione termica, ma sulla superficie riscaldante, la cui efficacia si fondava solo sulle dichiarazioni del produttore, senza che le prove termiche che, allora, non erano ancora codificate, le potessero confermare. Inoltre, non esistevano metodi di calcolo del fabbisogno di calore. Gli impianti esistenti sono quindi caratterizzati da notevoli sbilanciamenti proprio perché i corpi scaldanti installati erogano generalmente una quantità di energia diversa dal fabbisogno. Scopo della termoregolazione è proprio quello di correggere questi errori, facendo in modo che il corpo scaldante, indipendentemente dalla sua potenza, eroghi una quantità di calore esattamente corrispondente al fabbisogno.
Un altro motivo a favore del riferimento al fabbisogno, invece che alle potenze, è che le potenze iniziali sono difficilmente ricostruibili, a causa delle numerose sostituzioni dei corpi scaldanti con altri di tipo diverso. La struttura dell’edificio, come costruito inizialmente, sulla quale calcolare i fabbisogni, è invece facilmente individuabile.

NOTA (2). Questa particolarità, negli edifici normalmente abitati, è motivata dal fatto che se la produzione di energia utile è variata rispetto al fabbisogno attuale di riferimento calcolato (per un uso più attento del calore o per l’andamento stagionale più favorevole), i corpi scaldanti hanno funzionato ad una temperatura media inferiore, e così pure la loro rete di alimentazione del fluido termovettore.
Questa affermazione non vale invece negli edifici abitati saltuariamente perché l’assenza di un certo numero di condomini fa diminuire il consumo volontario, lasciando però calda la rete di distribuzione, che continua a disperdere la stessa quantità di calore. Il calore disperso rappresenta quindi, in questo caso, una percentuale del calore prodotto tanto maggiore quanto minore è il tasso di occupazione delle unità immobiliari dell’edificio (vedi figure 3a e 3b). Si tratta comunque di un calcolo approssimativo perché, in periodi di totale assenza dei condomini, non caratterizzati da pericolo di gelo, il generatore potrebbe essere spento anche per periodi non trascurabili.

Pubblicato il: 31/12/2013
Autore: F. Soma